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Bonnefoy: Poesie


Approfondimenti: Yves Bonnefoy

Traduzioni di Mario BenedettiDa Ce qui fut sans lumière, Mercure de France, Paris 1987


Gli alberi

Guardavamo i nostri alberi, era dall’alto
della terrazza che ci fu cara, il sole
si teneva vicino noi quella volta ancora
ma ritirandosi, ospite silenzioso
sulla soglia della casa in rovina,
che gli lasciavamo immensa, illuminata.

Vedi, ti dicevo, fa scivolare sulla pietra
disuguale, incomprensibile, dove siamo appoggiati,
l’ombra delle nostre spalle confuse,
quella dei mandorli vicini
e quella dell’alto dei muri che si unisce alle altre,
bucata, barca bruciata, prua che va alla deriva
come un sovrappiù di sogno o di fumo.

Ma laggiù le querce sono immobili,
neppure l’ombra si muove, nella luce,
sono le rive del tempo che scorre qui dove noi siamo
e il suolo è inavvicinabile tanto è rapida
la corrente della speranza gonfia di morte.

Abbiamo guardato gli alberi un’ora intera.
Il sole aspettava tra le pietre
poi distese pietosamente
verso gli alberi, più giù nel burrone,
le nostre ombre che sembravano raggiungerli
come allungando le braccia si può toccare,
a volte, nella distanza tra due persone
un istante del sogno dell’altra, che non ha fine.




Lo specchio curvo

I
Guardali laggiù, a quell’incrocio,
sembrano esitare e poi ripartono.
Il bambino corre davanti, hanno raccolto
in grandi fasci per i pochi vasi
i fiori di campo che non hanno nome.

E l’angelo è sopra che li osserva
avvolto nel vento dei suoi colori.
Un braccio è nudo nella stoffa rossa,
sembra che regga uno specchio e che la terra
si rifletta nell’acqua di quest’altra riva.

Cosa mostra adesso con il dito
che indica un punto nell’immagine?
E’ un’altra casa o un altro mondo,
è forse una porta nella luce
confusa qui di cose e di segni?


II
Rientrano tardi, gli piace così. Non distinguono
nemmeno il sentiero tra le pietre
dove sorge ancora un’ombra di ocra rossa.
Ma vanno avanti, comunque. Vicino alla soglia
l’erba è facile e non c’è morte.

Eccoli ora sotto le volte.
E’ buio nel fruscìo delle foglie secche,
le muove sulle lastre
il vento che non sa, di sala in sala,
ciò che ha nome e ciò che è solo cosa.

Ma vanno. Laggiù tra le rovine
è il paese delle rive calme,
dei sentieri fermi. Nelle stanze
metteranno i fiori, vicino allo specchio
che forse consuma e forse salva.




Il fulmine

Questa notte è piovuto.
Il sentiero ha l’odore dell’erba bagnata,
poi nuovamente la mano del calore
sulla nostra spalla, come
per dire che il tempo non ci porterà via niente.

Ma là
dove il campo inciampa nel mandorlo,
ecco, un animale è balzato
da ieri a oggi attraverso le foglie.

E noi ci fermiamo, al di fuori del mondo.

E io ti vengo vicino,
finisco di strapparti dal tronco annerito,
ramo, estate nel fulmine
da cui la linfa di ieri, divina ancora, scorre.




Da Début e fin de la neige, Mercure de France, Paris 1991



Di mattina presto la prima neve. L’ocra, il verde
riparano sotto gli alberi.

La seconda, a mezzogiorno. Non resta
del colore
che gli aghi dei pini,
anche loro a cadere più fitti a volte della stessa neve.

Poi, di sera
il flagello di luce si arresta.
Le ombre e i sogni pesano ugualmente.

Un po’ di vento
alla punta del piede scrive una parola al di là del mondo.




L’aratro

Le cinque. La neve ancora. Voci
di prima del mondo.

Un aratro
come una luna ai tre quarti
brilla, ma lo ricopre la notte
di una piega di neve.

E il bambino
ha ormai tutta la casa per sé.
Va da una finestra all’altra.
Preme le dita sul vetro. Vede
formarsi le gocce dove non spinge più
il suo fiato contro il cielo che cade.




Vergine di misericordia

Tutto, adesso,
al caldo
del tuo leggero mantello,
soltanto un po’ di rabbuffo e di ricamo,
Madonna misericordiosa della neve.

Sul tuo corpo
dormono nudi
gli esseri e le cose, e le tue dita
velano di luce quelle palpebre chiuse.
Posted by giuseppe genna at 12:02 PM | Comments (1) | TrackBack

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Posted by robertograssilli at 01:31 AM | Comments (0)